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13
settembre 2006 "O'scià"
(di Claudio Baglioni) ("O' Scià", che in dialetto lampedusano vuol dire "Mio respiro", e' una delle espressioni d'amore più tenere di questa lingua e richiama alla vita: ogni uomo e' un respiro e nel nostro occidente ricco dove siamo sempre più ricchi, sempre piu' infelici e pieni di paure, ci siamo dimenticati persino del respiro e dell'aria)
Famiglia Cristiana n°38 del 17 settembre ha pubblicato il testo dell’intervento di Claudio Baglioni alla Conferenza internazionale sull’immigrazione che si è tenuta il 13 settembre a Bruxelles, nella sede dell’Europarlamento. Lo rilanciamo come contributo al dibattito ed alla rifklessione del movimento.
"Vengo senza bandiere, senza colori, senza tessere di partito. Senza pretendere di suggerire visioni politiche, senza forzature ideologiche, libero da orientamenti pregiudiziali. Vengo come ambasciatore di domande, non come possessore di risposte. A chiedere, non a portare soluzioni.
Vengo nel cuore istituzionale d’Europa, nello spirito di "O-scià" (la tre giorni di musica dal vivo sulla spiaggia della Guitgia, a Lampedusa, che, giunta quest’anno alla sua quarta edizione, è in programma il 28, 29 e 30 settembre, ndr.), per sollecitare istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica a una riflessione autentica, profonda e non di circostanza su un dramma che riguarda il presente, ma anche l’equilibrio e lo sviluppo futuro del nostro continente e dell’intera area del Mediterraneo: il dramma dell’immigrazione clandestina.
"O-scià" non è qui per porre un problema di solidarietà o formulare un generico appello alla carità o alla fratellanza. È qui per parlare di diritto, economia, sicurezza. Per chiedere all’Europa di garantire a tutti – anche ai migranti: minori quasi sempre "invisibili", donne, uomini – quei diritti universali e inalienabili che sono propri di ogni uomo, senza esclusioni, né eccezioni; di concorrere a costruire opportunità di sopravvivenza, lavoro e sviluppo per quei Paesi dai quali sono più forti le spinte migratorie; di farsi esportatrice di pace, libertà, sicurezza e stabilità per tutte quelle aree che vivono un insostenibile e preoccupante deficit di tali valori.
Alle porte dell’Europa, che ha tutto e può tutto, bussa chi ha nulla e può nulla. Lo abbiamo fatto anche noi, quando eravamo poveri e senza prospettiva. E non esiteremmo a rifarlo se si rendesse di nuovo necessario.
A ciò si aggiunge il fatto che, oggi, la società globalizzata non ammette più oasi verdi, zone franche o compartimenti stagni. Se, quindi, da un lato c’è l’urgenza di puntare a rimuovere le cause di quell’immigrazione volàno di disagi, tensioni e squilibri, dall’altro c’è bisogno di una legislazione aperta e intelligente, capace di regolamentare accessi e presenze, anche in considerazione di precise lacune ed esigenze delle economie continentali. Da noi la domanda di manodopera di imprese e famiglie (lavoro stagionale, domestico, assistenza ad anziani e malati) cresce, e, con essa, cresce il bisogno di combattere piaghe quali il lavoro nero e lo sfruttamento di donne e minori.
Perché l’Europa? Perché Lampedusa non è una zattera rocciosa alla fonda in un tratto di mare più vicino all’Africa che all’Europa. È un quartiere di Bruxelles. Un quartiere periferico, certo; per molti aspetti, forse, tra i più disagiati dell’intera Unione. Ma lì vivono cittadini europei come tutti gli altri. Cittadini che dovrebbero godere almeno di pari diritti (visto che non si può parlare di pari opportunità) rispetto a chi vive a Parigi, Londra, Berlino o in qualunque altro piccolo o grande Comune d’Europa. Perché il diritto non si misura in chilometri e non diminuisce con l’aumentare della distanza che ci separa dal cuore delle nostre istituzioni.
L’immigrazione clandestina è, dunque, un problema europeo ed esige una risposta europea.
"O-scià" è qui per sollecitare tale risposta. Ma lampedusano ed europeo – nell’intenzione almeno – è anche chi bussa alle nostre porte nella speranza di trovare ciò che nella sua terra gli è negato: libertà, pace, salute, lavoro. In una parola: futuro. Non lo chiede formalmente, certo. Non ne avrebbe il tempo. In nessun caso. Lo chiede di fatto, nel modo più urgente e drammatico. Abbandona tutto – terra, casa, famiglia, affetti – e impegna tutto per rischiare la vita in mare aperto, su un relitto sul quale nessuno di noi metterebbe piede, nemmeno se fosse saldamente ancorato in porto. Cerca di eludere i controlli e raggiungere, a qualunque costo, l’estrema periferia sud di Bruxelles: Lampedusa, appunto. Riusciamo a immaginare una domanda più pressante e definitiva? Non è una semplice richiesta di aiuto. È un urlo lacerante, che risuona dal Mediterraneo al Mare del Nord. Possiamo continuare a fingere di non udirlo?
È singolare che, parlando di clandestini, ci si soffermi sempre sui problemi costituiti dal loro ingresso e non ci si interroghi mai sulle ragioni del loro fuggire dai Paesi d’origine. Perché? La domanda non è mia. È di papa Benedetto XVI, formulata lo scorso ottobre, in occasione della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Credo sia la domanda fondamentale.
In certe condizioni, migrare non è una scelta. Al contrario: lo fa chi non ha scelta. In presenza di un’alternativa, nessuno rischierebbe tanto.
Ebbene, l’Europa politica è chiamata a lavorare per costruire quell’alternativa. Se non per solidarietà, per necessità. Chiudere le porte non è solo inaccettabile dal punto di vista etico: è anche tecnicamente impossibile e, per molti aspetti, può risultare addirittura economicamente controproducente. La cronaca quotidiana lo dimostra. In Europa e in tutto il mondo. Per questo "O-scià" – che quest’anno ha ottenuto anche il sostegno ideale dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e di Amnesty International – è a Bruxelles, per chiedere politiche illuminate e lungimiranti in grado di ristabilire il diritto, garantire pari dignità e pari opportunità a chi c’è e a chi arriva e costruire le condizioni politiche, sociali ed economiche per le quali migrare torni a essere un’opportunità e non una scelta obbligata per la sopravvivenza.
Un compito difficile, certo, ma – come la storia dimostra – non impossibile. Anche perché, quando la causa è alta, l’uomo si scopre capace di coprire qualunque distanza.
Claudio Baglioni
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