Discorso tenuto a conclusione del Concresso di Fondazione della Federazione delle Misericordie, in Pistoia, il 25 Settembre 1899, dal Presidente Federale Conte Cesare Sardi



SIGNORI,
Al termine delle nostre modeste fatiche le quali, voglio sperarlo, saranno prosperate e benedette nel consigli di Dio, io sento il dovere di prendere commiato da voi e di rivolgervi una parola d'affettuosa riconoscenza.
Dalla fiducia vostra io venni chiamato a questo onorevole ufficio. Non so se vi detti adempimento in modo da corrispondere degnamente alla dimostrazione di benevolenza della quale voleste onorarmi.
Se in qualche cosa non corrisposi alla vostra aspettativa e al vostro desiderio non fu certo per difetto di buona volontà e ad ogni modo vi prego a volermene scusare.
Io certo dal canto mio professerò sempre a voi la mia gratitudine e delle ore felici passate in vostra compagnia in una perfetta comunione di sentimenti e d'aspirazioni conserverò perenne la memoria nella mia mente e nell'animo mio.
Questo risveglio della nostra operosità caritativa è un fatto di massima consolazione per tutti noi e per le nostre istituzioni tradizionali che manifestano l'antico vigore della loro perenne giovinezza, giovinezza perenne che si avviva nella purezza e nella santità di quell'alto principio da cui derivano.
Qui a Pistoia, o Signori, in questa cara ed illustre città ricca di tradizioni religiose sulle quali per breve tempo passò una nube intempestiva, qui a Pistoia (mi venne fatto di domandare a me stesso) sarebbe stato possibile cent'anni or sono questa larga manifestazione di bene e di carità religiosa che ha unito e confortato i nostri cuori ?
Francamente nol credo ! E questo fatto mirabile e consolante ci fa pensare alle arcane vie della Provvidenza; ci fa riflettere che il progresso cristiano si avanza (come scriveva il Balbo) contro ogni ragione storica, contro tutte le probabilità politiche e filosofiche, in ragione inversa di quelle forze prevalenti che parevano umanamente destinate a paralizzarlo o distruggerlo; si avanza perché Dio lo vuole ! Ogni distanza di tempo e di luogo sparisce quando rientra nella sostanza del Cristianesimo che si confonde con l'eternità !
Cent'anni or sono il pensiero filosofico aveva dichiarato la guerra alla tradizione cristiana.
Questo secolo che muore, in mezzo alle sue lotte intellettuali, seppe rivendicare in gran parte le tradizioni oscurate e pose in rilievo la genesi storica e psicologica dei sentimenti che maggiormente onorano e nobilitano la umana natura e presiedono alle opere dell'incivilimento e del progresso.
La sintesi dei fatti morali o dei fenomeni sociali dei quali é temuta la storia del genere umano, esaminata dalla scienza storica sgombra da preconcetti e da rancori, ci riconduce serenamente alle fonti del nostro incivilimento, ci riconduce, o Signori, a quella primavera del pensiero cristiano nella quale tutto si tramuta e si purifica, tutto rifiorisce e si rinnovella nella coscienza dei popoli rigenerati.
Su quell'esordio della nostra vita morale e civile soffermiamoci per un istante, o Signori, perché là troveremo la fonte storica di quei sentimenti che hanno generato e vivificato pel corso di tanti secoli le nostre istituzioni.
Trasferita l'idea cristiana dall'Asia e dall'Affrica nel cuore dell'Italia nostra la carità si accende nelle catacombe, la beneficenza nasce a piè degli altari: le prime ispirazioni del genio escono dai tabernacoli venerati dalla pietà del popolo; l'arte pargoleggia ne' simulacri, adorna rozzamente i sepolcri e dà forme cristiane al simbolismo; la classica letteratura purificata e conservata a noi trasmette i temi della cultura latina; le leggi romane che alli stessi dottori della Chiesa parvero derivate da ispirazione divina (leges Romanomm per ora principum divinitus emanarunt) vanno assimilando nuovi concetti di giustizia e di carità ed avviene quel fatto storico-giuridico che G. B. Vico ha definito come un pareggiamento delle leggi mosaiche alle leggi romane.
L'antica civiltà greco-romana era destinata a perire. Questo suo destino fatale pareva radicato, a guisa di funesto presentimento, nella coscienza del popolo romano e faceva esclamare ad Orazio:"Aetas parentum pejor avis tulit nos nequiores Mox "uros progeniem vitiosiorem".
La civiltà cristiana non è come parve a taluni, quasi una palingenesi dell'antico incivilimento.
Il Paganesimo era governato da una legge di regresso. "Di male in peggio!" esclama Augusto Conti "ecco lo spettacolo dell'antichità!"
Il Cristianesimo fu la forza riparatrice che sanò tutte le piaghe, riparò tutti i mali, diè vita a nuovi precetti, a nuovi sentimenti, a nuovi costumi, a istituzioni nuove.
E queste istituzioni nuove si aprirono la via, disconosciute, combattute, derise, fra le maestose rovine del mondo antico.
La fede e la carità dovettero soffrire e combattere prima di compiere a benefìzio della società umana la loro opera pacificatrice e rigeneratrice.
Il sentimento della fraternità umana fè nascere nella città eterna le prime Fraternite, i pii sodalizi religiosi.
Celso, filosofo, rideva prendendo a scherno quelle prime associazioni di poveri operai che ardivano assurgere con le loro istituzioni alla forma di organismi sociali ; egli disprezzava quei poveri lanajuoli, quei poveri ciabattini che, sotto I' ombra di un comune vessillo, stabilivano i loro patti di mutuo soccorso e di mutua preghiera .....
Oh! rida pure il superbo, ma non rideremo noi ove si pensi che in quelle prime Confraternite si trova il protoplasma storico di quelle Scholae, di quelle Maestranze, di quelle gloriose Corporazioni di Arti e Mestieri, che divennero più tardi un elemento potente di forza e di grandezza nella vita civile, e grandeggiarono nel Medio Evo; e detter vita al Comune e sursero con quello alla riscossa al santo grido di libertà; e strinsero i loro patti a Pontida e al tracotante straniero fecero parer dura e lacrimata la terra di Legnano!
Ecco, Signori, la più remota origine delle nostre associazioni le quali negli annali della storia ci appariscono per la prima volta, non come opera dell'uomo, ma come opera di Dio, in, quella età eroica del cristianesimo dove ha veramente le sue basi il progresso intellettuale e morale della umana società.
Si, o Signori, le opere di misericordia son opere di Dio; l'uomo che le promuove o le pone in atto è solamente l'interprete del pensiero divino.
Coloro che attraverso i secoli le fondarono e le moltiplicarono, non sono altro che i continuatori di quella operosità cristiana dei primi secoli.
Essi risposero e rispondono a quel grido di amorevole fratellanza che il pensiero di Dio seppe diffondere tra gli uomini nobilitati e rigenerati col prezzo della redenzione.
Spesso le opere grandi nacquero da piccolo germe, quasi sempre modesta fu l'opera di coloro che le promossero.
Pietro di Luca Borsi che a noi principalmente rappresenta questo risveglio caritativo nella vita toscana alla metà del sec. XIII, ora un uomo semplice, un povero operaio; ma il genio della carità divinatore del progresso in lui potentemente operò.
Egli ravvivò sotto una forma nuova l'opera dei suoi maggiori e a noi trasmise la preziosa eredità di queste istituzioni che ci son care e che noi alla nostra volta a gloria di Dio, a conforto dell'umanità, a decoro della patria vogliamo che sieno conservate, ravvivato, ringiovanito per quindi trasmetterlo, come una sacra eredità, allo future generazioni.
Perché passano i secoli e passano le generazioni, passano gli uomini superbi e i presuntuosi pigmei, ma la Croce di Gesù Cristo trionfa sul tempo e sull'uomo e procede sulla via sacra del progresso mantenendo stretto fra loto queste generazioni che passano col vincolo della fraternità umana che troppo facilmente s'infrange quando viene a mancare quella virtù vivificante che ne forma la base ed il cemento.
La storia moderna, o Signori, ne può somministrare ammaestramenti di massima evidenza sopra un tale argomento.
Quanta efficacia possono avere per il bene della società umana le grandi idee di fraternità, di libertà, d'eguaglianza dissociate dall'idea di Dio, ce lo potrebbero attestare le migliaja di vittime che caddero sulla fine del sec. XVIII a piè dell'altare sanguinoso della Dea Ragione!
Sì, o Signori, la ragione umana aveva tentato d'imporsi alla ragion divina.
L'uomo, discacciando Iddio dalla società, aveva usurpato quei grandi ideali. La filosofia dottrinaria, a somiglianza della cornacchia, si era rivestita con le penne del pavone e la sua filiazione storica non fu certo quella sana democrazia che ebbe in altri secoli l'impero nella vita civile e politica delle città italiane (o che seppe dar vita a istituzioni come le nostre) ma fu quella falsa democrazia degenerante in demagogia la quale, fa mestieri affermarlo, non è merce italiana ma importazione straniera; e molte cose ha distrutto senza nulla edificare per il bene della società.
La fraternità umana dissociata dal suo principio e dalla sua virtù generativa non può che produrre in coloro che la professano enormi contraddizioni fra la teoria e la pratica della vita. E molti esempi ce ne offre la storia.
Narra Gustavo Taine (lo storico positivista) che il famoso Mirabeau, reduce dall'Assemblea dove aveva caldeggiato l'abolizione dei titoli gentilizi prese per un orecchio il suo valet de chambre o gli disse " Souvienz toi, fripon que pour toi ie ,serai toujours le Mensieur le Comte ".
E a questo aneddoto mi venne fatto talvolta di contrapporre un episodio della vita del maresciallo di Turenne.
Il vecchio gentiluomo, nella chiesa del suo castello, s'incamminava verso I' altare per accostarsi alla mensa eucaristica. Un suo servo lo precedeva e, allorquando si avvide di lui, gli volle dare rispettosamente il passo. Ma il maresciallo gli disse: "Vai avanti te! Davanti a questo padrone qui siamo tutti eguali"
Ecco il vero concetto dell'eguaglianza e della fraternità sul quale riposa I' ordine sociale cristiano.
Le moderne generazioni purtroppo ingannate dai miraggi di una fraternità sciupata od artefatta sentono il bisogno di assorgere a quella fraternità vera che diè vita nei secoli passati ai nostri venerandi sodalizi.
Le moderne generazioni sentirono che Cristo passava. Christum transeuntem senserunt!
Signori, ci fu detto che siamo fratelli nel nome di un ideale filosofico, ci fu detto che siamo fratelli nel nome di un ideale politico.
Oh! eleviamo la nostra mente ad una regione più elevata, serena, alziamo i nostri cuori ad un ambiente più puro ed illuminato o diciamo una bella volta che siamo fratelli nel nome di Gesù Cristo.
E sarà questa la fraternità vera nella quale si concilieranno nell'armonia dei nostri affetti e dei nostri pensieri, dei nostri diritti e dei nostri doveri, la fede e l'ardore, l'autorità e la libertà, la scienza e la virtù!
L'idea cristiana è l'avvenire del mondo! Così scriveva cent'anni or sono il Visconte di Chateúbriand.
Il genio del Cristianesimo ha potente lo spirito e lunghe le ali e nella sua perenne giovinezza a servigio della carità saprà utilizzare tutti i mezzi che vengono apprestati dal progresso della scienza, perché scienza e carità son figlie di Dio e son sorelle pellegrinanti sulla terra con la mente rivolta verso il cielo e la mano distesa sui mali della umana società. Onde, o Signori, mi vien fatto di esclamare "Benedetta la scienza!" ed esclamo nel tempo medesimo "Benedetta la gioventù" la quale ispirata dalla fede antica e confortata dalla modernità dei metodi accorre balda ed animosa nelle nostre schiere e partecipa con entusiasmo al potente risveglio delle nostro associazioni.
Benedetta la gioventù! Questo saluto affettuoso alla novella generazione mi è partito dall'anima pochi momenti or sono allorquando ho ascoltato in una delle nostre riunioni, parole nobili ed elevate, ardenti di fede e di carità, ispirate a santi principi le quali uscivano dalla bocca e dal cuore di un giovane colto ed operoso che è qui presente tra noi e meritò l'ammirazione nostra.
Si, o Signori, in quel momento più che mai mi venne fatto di esclamare "Benedetta la gioventù! Benedetti i cuori che amano! Benedetto le menti che credono! Benedetto il vigore di quelle membra giovanili che affrontano fatiche o disagi per recare conforto a chi soffre, consolazioni a chi muore".
E se ci addolora il pensare come una parte della nostra gioventù si trovi sventuratamente avviata verso ideali diversi dal nostro e segua purtroppo i miraggi di una carità senza Cristo, consoliamoci nella speranza che giovi ad impedire queste diserzioni dolorose il novello vigore cui assurgono le opere nostre.
Purtroppo, o Signori, voi lo sapete, il campo della beneficenza è oggi tra noi profondamente diviso.
Non a noi solamente serve d'insegna la Croce. Vi sono altre istituzioni che assunsero per via quell'emblema e quel titolo, ma quella croce loro che è pur meta d'azioni generose, purtroppo è arida e nuda, non ha seco I' effigie di colui che sulla Croce morì ricomprando col sangue la nostra salute; quella Croce non è come la nostra emblema di salute, scudo di fortezza, vessillo di vittoria; la Croce senza Cristo può rispondere per avventura all'ideale laico e materialista di una generazione che passa, ma non è l'evocazione de' secoli, non risponde del tutto al grido delle umane sventure, non sublima il dolore, non nobilita l'amore, rompe i legami tra I' uomo e Dio e dissociando la carità dalla fede la fa discendere dal suo trono e la umilia parifìcandola alle virtù puramente civili ed umane.
A queste nuove associazioni che invadono il campo caritativo nel concetto della carità civile è mestieri contrapporre le nostre organizzazioni vigorose od arricchite dei mezzi pratici di azione che rispondono al bisogno dei tempi.
Nel campo caritativo oggi non solamente bisogna operare, ma per l'onore dei principi nostri qualche volta è necessario combattere.
Però procuriamo che le nostre battaglie sieno pur sempre le battaglie di Dio combattute con serenità e con lealtà d'intendimenti e di mezzi.
Amiamoli que' nostri fratelli (non dico fratelli rispetto al sodalizio nostro ma alla grande famiglia umana rigenerata dal sangue di Cristo), amiamoli di cuore e procuriamo di servire ad essi di esempio nell'esercizio delle opere buone.
Dio solo sa fare le grandi misericordie!
Forse chi lo sa ? Verrà un giorno nel quale la loro Croce si adornerà come la nostra con la insegna del Crocifisso e sarà un giorno per noi di massima felicità quello in cui verranno a cadere queste barriere che ci dividono e potremo correre incontro ad essi non per combatterli, ma per confonderci con loro e per abbracciarli.
Ma noi frattanto procediamo sulla nostra via nettamente a noi determinata dai convincimenti della nostra coscienza, dalla riverenza che abbiamo verso il passato, dalla confidenza che riponiamo nel tempo avvenire!
Le opere di misericordia, come i nostri maggiori l'intesero e come noi l'intendiamo, le opere di misericordia non son opere dell'uomo, son opere di Dio.
Questo sopra tutto, o Signori, noi dobbiamo riconoscere e noi dobbiamo dire, ma non diciamolo solamente fra noi, nell'ambiente delle opere nostro, ma proclamiamo al cospetto del mondo una tale verità! Io vorrei che ciascuno di noi potesse dire un giorno "Non abscondi misericordiam tuam et veritatem a concilio multo" perché in tal caso ciascheduno di noi avrebbe alla sua volta il diritto di dire "Tu autem, Domine,. ne longe facias miserationes tuas a me".
Confortiamoci nella fede e nella speranza che sono unite alla carità con nodo indissolubile, eterno.
Preghiamo e speriamo e nel medesimo tempo lavoriamo; ordiniamoci, organizziamoci. Hoc opus! Hic labor,!
Questo primo Congresso delle nostre Associazioni ha avuto il vantaggio di esplorare il nostro campo, di esaminare i nostri bisogni, di organizzare il nostro lavoro, di armonizzare le nostro forze, di cementare la nostra unione.
Io v'invito pertanto a seguirmi nel magnifico Oratorio di questa Confraternita per inalzare i vostri cuori a Dio con quell'inno delle grazie che derivò vigoroso e spontaneo dal cuore di due santi e sdegna i freni della metrica e vola con ali sue e vola in alto, fino all'Altissimo.
Quell'inno, o Signori, parte dall'esordio dei tempi cristiani e, traversando i secoli, viene a ripercuotersi nel cuore delle moderne generazioni.
E' l'inno reale (mi si consenta questa espressione) è l'inno reale del regno di Gesù Cristo che si va consociando all'inno nazionale dei popoli per cantare le loro glorie o le loro vittorie, i progressi della scienza, le conquiste dell'incivilimento.
Quell'inno che risponde a tutti gli affetti dell'anima nostra, cantiamolo questa volta per glorificare Iddio nelle opere della sua misericordia! sia la candida espressione della nostra riconoscenza ; ma pari alla nostra riconoscenza verso di Lui dov'essere I'impegno col quale dobbiamo consacrarci a queste opere della sua misericordia che saran pure la nostra salvezza ed il nostro guiderdone e l'eterno subietto delle nostre lodi nella sede ultramondana delle anime nostre "Misericordias Domini in aeternum cantabo!"


Conte Cesare Cav. Sardi


Misericordie

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