Newsletter del 3 febbraio 2004

"Decentramento nell'Unità"



Il Vicepresidente della Confederazione, Giuseppe De Stefano, ha diffuso una sua lettera che volentieri rilanciamo dal nostro network.



“Consorelle e Confratelli,
recenti avvenimenti hanno reso attuale il dibattito sulla regionalizzazione del nostro movimento.

Di seguito dirò quello che ne penso sia come volontario sia come vice presidente di questa Confederazione ma anche quello che, come governatore prima e come consigliere nazionale poi, ne ho pensato ricordando un percorso più che decennale lungo il quale ho avuto modo di confrontarmi, concordare e scontrarmi con tanti valenti interlocutori arrivando a precise convinzioni e contribuendo a precisi assetti organizzativi che oggi hanno caratterizzato la scelta del decentramento pur conservando un preciso senso di unità del movimento.
Unità che altre organizzazioni similari ci invidiano ed a cui certamente vorrebbero tornare.

Ma se questo è lo scopo principale di questa lettera aperta, sento di dover dire, in premessa a tutto, qualcosa di preliminare, forse apparentemente non collegato, certamente molto più importante dello stesso argomento contingente e del momento.

Una serie di segnali su cui non penso di dovermi soffermare perché di dominio comune, ci fanno avvertire di essere ad un momento di svolta.

Svolta che non è necessità di trovare nuovi modi di essere Misericordia all’inizio di questo nuovo millennio, ma di ritrovare il senno di un'azione di carità che ritorni ai fondamentali principi delle nostre origini ed alle radici cristiane e della rivoluzione dell'amore

Svolta che è quindi una inversione per un sereno ritorno alle origini.
Origini che, ritengo, siano sempre presenti a tutti noi ma non sempre sono oggetto di attenta riflessione.
Spesso in maniera frettolosa e superficiale, ne consideriamo i risultati esaltanti senza soffermarci sulla paziente, certosina, silenziosa, anonima, lenta ed accorta azione che li ha prodotti.

Nelle migliori occasioni ci sembra di dover raggiungere a tutti i costi traguardi grandiosi senza notare che i risultati, come quelli raggiunti nel passato, sono il prodotto di secoli in cui si è stati fedeli ai principi e ci si è lasciati semplicemente e serenamente guidare da essi.
La frenesia dei nostri tempi confligge con gli orologi delle Misericordie che non vanno con ore e minuti ma con i secoli.

Essere importanti nel nostro movimento non può essere individuale ma collettivo.

Chi ha fatto le grandi cose del passato, oggi ci guarda con simpatico disappunto.
Ci rimprovera fraternamente di essere convinti di poter perseguire illusori momenti di gloria personali.
Le cose migliori che abbiamo fatto sono quelle che abbiamo fatto in coro.
Ad eccezione della lezione originaria di S. Pietro martire, non c’è nella storia delle Misericordie acuto di soprano o tenore degno di memoria.

Gli acuti individuali da noi si sciolgono, per rimanere nella metafora, come infantili canti del cigno.
Ed è giusto così.

Mi permetterete un’altra digressione preliminare, molto meno nobile, prima di passare all’argomento del giorno: prendo spunto da uno stimato politico di prima repubblica che ricordava ai suoi amici di gioire quando chi non la pensava come loro si ricredeva e faceva proprie le idee sino ad allora osteggiate anche strumentalmente.

E adesso veniamo a noi.

Un movimento, una famiglia o uno stato se crescono hanno sempre necessità di delegare e decentrare i poteri di decisione.
Tutto questo deve necessariamente accompagnarsi alla salvaguardia delle caratteristiche fondanti.

Sia che parliamo della crisi del vecchio modello di famiglia patriarcale che dello stato nazionale non dobbiamo lasciarci trascinare da mode centrifughe fine a se stesse, ma è opportuno richiamare alla difesa tanto delle identità collettive quanto delle differenze qualificanti che si registrano all’interno.

Stessa strada ho ritenuto da sempre essere la più giusta per governare un movimento in fortissima crescita come il nostro che negli ultimi venti anni si è raddoppiato in numero e rinnovato in misura ancora maggiore.

Potrebbe passare come uno svilimento del discorso a questo punto parlare di divisioni di quote (5%) tra nazionale e potenziale regionale o provinciale / zonale.
Ma non parlarne sarebbe peggio perché potrebbe essere interpretato come la fuga da un problema che ci viene posto con vigore in questo momento da alcuni storici assertori del decentramento ma anche da nuovi e provvidenziali sostenitori redenti, sulla via di Damasco, alla causa.

Allora, FISSATI ALCUNI PRINCIPI, è da registrare che è giunto il tempo di maturare delle scelte che sino a pochi mesi fa sembravano ancora lontane e premature.

Quali sono i principi da fissare?

  1. Lanciavo, in un momento della passata legislatura in cui si discuteva del problema 118 in Sicilia, uno slogan che sintetizzava un pensiero allora disatteso “In Sicilia si deve parlare siciliano” con profondo rispetto per le consuetudini che fanno lo stile di un popolo a gestire le proprie cose, a volte incomprensibile ad altri.
    Oggi tra l’altro un assetto normativo, sempre più differenziato soprattutto per i nostri settori trainanti (sanità, protezione civile e assistenza sociale), rende ineluttabili scelte in tal senso.

  2. In siciliano, toscano, veneto od in qualunque altro vernacolo si voglia, “fare Misericordia” si declina con cadenze dialettali diverse ma sempre con gli stessi Contenuti Universali.
    Nulla ci può far derogare da questi Contenuti Universali.
    Essi passano al di sopra di ogni legge nazionale, sopranazionale o regionale, sopra ogni logica localistica o personalistica, costituiscono il baluardo che ci ha fatto superare i secoli.

  3. Le risorse economico – finanziarie a disposizione del movimento sono uno strumento e non il fine delle nostre attività.
    Penso che non si sarebbero mai accettate le convenzioni e gli apparenti asservimenti alle logiche statuali se questi canali non avessero dovuto assicurare le risorse per migliorare i SERVIZI da rendere al prossimo bisognoso.
    Bisogna pur capire che ci sono attività su cui si riscuotono risorse che poi si ridistribuiscono sulla promozione e l’assistenza ad altre attività che godono di minori “sponsorizzazioni” od a territori dove la cultura del volontariato e le attenzioni dello stato ancora sono da sostenere.

  4. Il decentramento va sostenuto economicamente e tale esigenza è tanto più giusta e necessaria nei territori “forti” dove la nostra presenza garantisce a tutto il movimento quelle risorse di cui al punto precedente.
    Per poter mantenere il passo secolare che abbiamo in Toscana bisogna che quel ceppo storico venga seguito capillarmente presso le amministrazioni locali di cui siamo il più valido interlocutore.
    Non si può pensare che la Confederazione non dia importanza ed ossigeno a quel decentramento che è, quindi, baluardo e trincea di tale qualificata presenza.

  5. La serenità ed il confronto, sincero e senza preconcetti e pregiudizi, sono l’unico modo per scegliere la strada più giusta.
    Le asprezze verbali, le rivalse inopportune e quant’altro possa essere d’ostacolo ceda il passo alla preghiera perché anche stavolta si possa scegliere nel migliore dei modi.

Se adesso il famoso e benedetto 5% è l’oggetto principale di questa discussione, ben venga anche ogni diatriba sulle opportune divisioni di questa santa risorsa tra le necessità di livello nazionale e quelle di livello periferico e locale.

Si apra un dibattito allargato a TUTTI i contributi interni al movimento sulle modalità e sui meccanismi che si debbono innescare, sulla rapidità con cui si devono effettuare e sui vuoti statutari che vanno riempiti.
Ma, soprattutto, in via preliminare, si determini la condivisione di quei 5 principi appena enunciati, secondo me inderogabili e preliminari ad ogni proposta e ad ogni decisione.

Tanto si doveva da parte mia per sgombrare il campo da equivoci sibillini su un argomento di vitale importanza, in questo momento storico, per la sopravvivenza stessa della Confederazione.

Fraternamente."


Firenze, 2 febbraio 2004

Giuseppe De Stefano


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