Newsletter del 10 aprile 2005

"C.P.T. : pecunia non olet ?"

Si dice che il figlio dell’imperatore Vespasiano rimproverasse a suo padre di aver introdotto una tassa sui bagni pubblici e di lucrare, così, in modo indecente, sulle necessità fisiologiche più elementari dei cittadini. Si dice anche che l’Imperatore, per niente schifiltoso davanti al denaro, abbia risposto al figlio, con una alzata di spalle: “Pecunia non olet!” (“Il denaro non puzza”)
Di Vespasiano la gran parte dei nostri contemporanei ignora le imprese militari, ne disconosce la paternità del Colosseo, ma certamente si ricorda di lui quando, a passeggio, viene colta da una irrefrenabile esigenza primaria e si mette in cerca di un bagno pubblico ristoratore.

Gli assalti, compiuti dai “disobbedienti” nei giorni scorsi, alle sedi delle Misericordie di Modena, di Venezia, di Cormons e di Trento, a causa della gestione dei C.P.T., sono stati uno schiaffo in pieno viso per tutto il Movimento.

I C.P.T. (centri di permanenza temporanea) non vanno confusi con le Residenze per Immigrati, le Mense, i Ricoveri, gli Ambulatori gratuiti a cui molte Misericordie collaborano, con gratuità ed amore, fra mille e mille difficoltà, con Caritas e Parrocchie.
I C.P.T. non vanno neppure confusi con i Campi di Accoglienza nella cui gestione i Fratelli di Misericordia si sono distinti per umanità dall’Emergenza Albanesi fino a Rushbull.
I C.P.T. sono luoghi nei quali gli immigrati vengono concentrati e reclusi per poi essere respinti.

Della loro esistenza si parla poco.
Delle nostre 700 Confraternite pochissime sapevano che c'erano Confraternite che avevano stipulato contratti per la gestione di questi "centri di espulsione".
Mai, pare, che il Consiglio Nazionale abbia discusso dell’argomento, né, pare, vi sia traccia nei verbali di discussione del Consiglio di Presidenza.
Come funzioni e cosa succeda in un C.P.T. è noto solo a quelle Misericordie (cinque) che li gestiscono.

Tuttavia la "logica del rifiuto dell'accoglienza", che sta alla base dei C.P.T., suscita reazioni così profonde che qualcuno ha potuto assumere il nome delle "Misericordie" come sinonimo di “ignobile e bieca speculazione sulla pelle degli immigrati” anche laddove, come a Venezia, a Cormons, a Bologna ed a Trento,  maggiore è l'impegno di servizio reso gratuitamente agli umili ed ai migranti.
Come è potuto accadere?

La questione contingente degli assalti è materia di ordine pubblico di cui non intendo occuparmi.
Mi interessa invece moltissimo la difesa del nome delle Misericordie.
Ed assieme al nome, difendere la loro tradizionale attenzione rivolta all'uomo, alla sua dignità divina, piuttosto che alle istituzioni ed alla loro dignità terrena.
Non intendo sostituirmi agli organi del nostro Movimento che potranno, se vorranno, affrontare compiutamente la questione, ma proverò ugualmente ad avanzare delle ipotesi.

Il dovere del giudizio morale
Le Misericordie, per il nome che portano e per la tradizione che le precede, non possono prescindere dall'esprimere un giudizio morale sulle istituzioni del mondo prima di intraprendere ogni nuova attività di collaborazione con esse, fosse anche economicamente interessante.
Le Misericordie non sono cooperative di servizi guidate dalla ricerca dell'utile e dalle necessità di bilancio: i loro bilanci sono fatti dal dare-avere in Opere di Misericordia.
Ciò non vuol dire che non debbano porre attenzione alla gestione delle risorse economiche necessarie alla loro vita ed alla loro attività, ma il risultato economico è per loro uno strumento, non il fine, della loro azione.
Per le Misericordie lo strumento non può contraddire il fine!
Potremmo dire, parafrasando il Vangelo che le Misericordie "vivono nel mondo, ma non sono di questo mondo”.
Ecco perché non mi scandalizzo se il Presidente Nazionale prende pubblica posizione, come ha fatto di recente, contro certe leggi elettorali dello stato: sta dando voce all'umile che non riesce a farsi ascoltare dalle Istituzioni.
A maggior ragione, mi si permetta, mi aspetto che gli Organi del Movimento prendano analoga, autonoma, inequivoca, coraggiosa posizione dando voce a chi viene rinchiuso nei C.P.T. con la sola colpa di aver tentato di sfamare se stesso ed i familiari.

"Confortare i carcerati"
E’ fuor di dubbio, per stessa ammissione di chi vi è coinvolto nella gestione, che i C.P.T. siano luoghi di detenzione nei quali vengono concentrati gli immigrati clandestini in attesa di espulsione.
Del carcere hanno tutto, dai cancelli di recinzione, alle guardie armate che ne impediscono la fuga.
Ciò che manca a questi "carceri" è la speranza di uscirne, un giorno, vivi e liberi.
Da un C.P.T. si esce soltanto se si è espulsi o se si è gravemente ammalati: in un caso e nell'altro se ne asce avviliti dalla povertà o dalla malattia (e spesso, a quanto si dice dei casi autolesionismo fra i detenuti, la seconda viene preferita alla prima).
"Confortare i carcerati" è una attività propria per le Misericordie.
Ai "carcerati" dei C.P.T. non manca da mangiare o da vestire: ciò che manca loro è un futuro dignitoso.
E' questo il "conforto", non ipocrita, che possono dare loro le Misericordie: dare loro un futuro!
Ma possono davvero?

A quel che dicono la Caritas e le Acli (per non dilungarmi in un lunghissimo elenco di Ordini Religiosi) nel mondo cattolico, o Medici Senza Frontiere, fra le organizzazioni umanitarie, non è possibile!
Non è possibile, dicono, perché i C.P.T. sono stati creati ed organizzati per togliere agli immigrati ogni speranza di accoglienza sul suolo nazionale: non possono comunicare con l'esterno ed è impedito ogni contatto che dall'esterno volesse arrivare a loro.
Tuttavia c'è chi sostiene, ancora, che sia possibile umanizzarli e che la loro gestione, oltreché economicamente interessante, rappresenti, di fatto, il "cavallo di troia" per poter "confortare i reclusi".
Voglio crederlo.
Voglio crederlo così fortemente che aspetto di conoscere i numeri, le percentuali, le statistiche, di quanti, fra i transitati dai C.P.T. gestiti dalle Misericordie, li abbiano lasciati per poi inserirsi dignitosamente nel tessuto civile.
Non sono un esperto e lascio agli esperti la risposta.
Ma se la risposta non c'è o se, pur essendoci, non è significativa, a giustificare la gestione dei C.P.T. da parte delle Misericordie rimarrebbe soltanto il puro calcolo economico, il business.

La "pretesa di carità", con cui si tenterebbe di giustificare la gestione del C.P.T., se fosse solo un business, diventerebbe "pelosa": chiunque avrebbe il diritto di sospettare che con il denaro, ricevuto per i servizi resi alle Prefetture (non ai "carcerati"), viene comprato anche il silenzio sulla disperazione vissuta da chi vi è recluso diventando consapevoli complici dei carcerieri, secondini noi stessi.
Dovremmo arrossire leggendo il Vangelo.
Non sapremmo come giustificare la nostra scelta.
Cercheremmo di farla passare sotto silenzio nascondendo le nostre responsabilità ed il nostro imbarazzo balbettando sconclusionate giustificazioni.
In definitiva potremmo solo rispondere come Caino: "Non so niente! Sono forse il custode di Abele?".

"Pecunia non olet"
Davvero il denaro non puzza?
Seriamente ne dubito.
Gli effluvi mefitici di quel denaro (che pare non sia riuscito ancora a tradursi nel conforto atteso) si sono sparsi ed hanno raggiunto zone lontane ammorbando il clima nel quale altre Misericordie, forse meno intraprendenti, continuano, com’è tradizione secolare, a dare conforto gratuito e fraterno agli afflitti, siano essi carcerati o meno.
E’ il caso di Cormons; è il caso di Venezia; è il caso di Trento.
Ed è il caso di Bologna dove da sempre la Misericordia gestisce l'Istituto Biavati che assiste gratuitamente gli extra-comunitari e che mai, prima d’oggi, aveva avuto la necessità di essere presidiata dalle forze dell’ordine.
Ciò che voglio dire è che la società è cambiata, come cambiate sono le comunicazioni: ciò che un tempo avveniva in un luogo e solo in quel luogo portava conseguenze, oggi, espande le conseguenze ovunque.
Avviene così che la scelta o l’atteggiamento di una sola delle nostre Confraternite finisce per coinvolgere Confraternite lontanissime ed inconsapevoli.
Ciò impone una riflessione anche sul ruolo della Confederazione soprattutto nel momento in cui se ne discute la modifica dello Statuto (ma questa è altra storia).

Spero che gli Organi sappiano affrontare serenamente questa questione.

Un mio vecchio maestro di vita amava ricordare che" per stare sereni bisogna avere la testa libera e le tasche vuote".
Intendeva dire che non bisogna essere impelagati in faccende mondane né essere succubi del denaro: solo così è possibile piegare le proprie azioni alla propria etica.


La leggenda vuole che Vespasiano, l’Imperatore, in punto di morte si alzasse in piedi dicendo “Un imperatore è in piedi che muore”.
Una bella frase ad effetto con altrettanto bell’effetto scenografico.
Purtroppo la storia ci dirà che non sarà quell’immagine eretta, rigida e superba, a passare ai posteri, ma soltanto gli effluvi provenienti da quell’utilissima sua creazione che ci ricordano, passeggiando, di approfittarne prima che un’esigenza primaria divenga impellente.

E che Iddio Ve ne renda Merito !

Andrea Cavaciocchi

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