Newsletter del 8 ottobre 2005
"Un buontempone visita Lampedusa" (Dall'articolo di Fabrizio Gatti su L'Espresso) "Come ti chiami? Da dove vieni?", vuol sapere un carabiniere. "I don't understand", sussurra Bilal, non capisco. La domanda viene rifatta in inglese maccheronico. "Kurdistan? Ma se questo è più bianco di me, come fa a essere curdo?", chiede un carabiniere molto abbronzato. Bilal tiene gli occhi bassi sulle sue ciabatte logore e ascolta le voci. "Un curdo che parla inglese. Sarà. Non è che questo è un giornalista della Cnn infiltrato qui dentro?". "Sì, o magari è un giornalista italiano?". "Ma va', gli italiani non fanno queste cose", risponde la prima voce.
Forse gli italiani non le fanno. Almeno non sempre. Qualche volta però può capitare che qualche buontempone si metta in testa di fare il giornalista davvero e vada a cercare la notizia proprio dove meno si vorrebbe.
Non sappiamo se Fabrizio Gatti, il giornalista de L’Espresso che si è finto clandestino, abbia raccontato davvero la sua vicenda a Lampedusa oppure se, come ha prontamente (e forse azzardatamente) affermato il Ministro dell’Interno Pisanu, è solo frutto della fervida fantasia di un “pennivendolo” (ci si passi il termine coniato da Montanelli) in carriera. Di sicuro c’è che Fabrizio Gatti, nel suo racconto, cita circostanze ed elementi che rendono facilmente identificabili tanto i personaggi quanto le responsabilità. E’ facile aspettarsi, dalla celerità con cui sono state aperte le inchieste dalla Procura di Agrigento e dallo stesso Ministero, che all’articolo di Gatti seguiranno denunce e querele con strascichi politici e giudiziari.
D’altra parte la cosa non è di poco conto: vi è la questione etica, cara al mondo cattolico più consapevole, legata al concetto di accoglienza; vi è una questione politica, legata alla attuazione della Legge Bossi-Fini ed al controllo sugli atti di governo e di amministrazione da parte dei cittadini e dei loro rappresentanti; vi è una questione di fedeltà alle istituzioni legata al rispetto della Legge al quale sono tenuti per primi proprio i “servitori dello Stato”; vi è, infine, una questione giudiziaria legata alle lesioni ed ai furti di cui sarebbero stati vittime i clandestini.
E, per quanto riguarda il nostro Movimento, vi è la questione sul ruolo svolto dai Fratelli della Misericordia.
Sull’argomento ci siamo soffermati già in passato provocando, dopo mesi di insistenze, perfino un dibattito in Consiglio Nazionale del quale, purtroppo, la Confederazione non ha dato esaurientemente conto. In quel dibattito emerse che l’impegno dei Fratelli era rivolto ad alleviare le sofferenze alle quali erano sottoposti gli immigrati clandestini e che niente era consentito di fare loro oltre alla semplice distribuzione del cibo e di quel po’ di biancheria prevista dai protocolli prefettizi. Altro che gestione!
La Confederazione allora preferì tacere su questo aspetto lanciandosi, invece, in una difesa d’ufficio, che oscillava fra il banale e l'avventuroso, che rappresenta tutt’ora una delle più tragiche gaffes politiche consegnate al Movimento dall’attuale dirigenza. Con il risultato che il Movimento continuò a rimanere sostanzialmente all’oscuro su quanto avveniva nei C.P.T. e che i Fratelli che vi prestavano la loro opera rimasero, come al solito, isolati ed impotenti.
Oggi l’articolo di Gatti, che, da buontempone, ha giocato un bello scherzo alla sicumera con cui certi personaggi avevano liquidato la questione, ha almeno il pregio di rendere chiaro a tutti ciò che i dirigenti confederali non ebbero la forza di dire allora.: nell’inferno della “istituzione C.P.T.” l’unico segno di “umanità” lo portano i Fratelli della Misericordia. Con i pochi mezzi e le molte limitazioni che hanno. Anche con la loro stanchezza, che può rendere nervosi e bruschi talvolta, ma non per questo meno “umani”.
Leggere l’articolo di Gatti riporta agli anni delle cosiddette “Emergenze Albanesi” (qualcuno si ricorderà del Campo di Punta Ala) quando le Prefetture vennero incaricate di concentrare gli immigrati per le operazioni di identificazione.
Per i più giovani o per chi avesse dimenticato quel 1996, ricordo che la Prefettura di Grosseto chiese alle Misericordie di fare servizio presso il campo che stava allestendo. Appresa notizia dei criteri che si intendevano adottare, l’UGEM rifiutò l’incarico affermando che avrebbe accettato solo la responsabilità di gestire un campo seguendo i propri standard. A quell’epoca non c’erano convenzioni che ammorbidissero gli animi e quindi la Prefettura di Grosseto, dopo qualche tentennamento e, soprattutto, sotto necessità di ospitare migliaia di profughi, finì per accettare la proposta delle Misericordie. Nacque così il Campo di Punta Ala (ve ne era un altro gestito direttamente dalla Prefettura ed affidato alla CRI) che si distinse in Italia, nei suoi 60 giorni di vita, per efficienza, sicurezza, senso di umanità. La chiave di volta fu allora (ma potrebbe esserlo anche oggi) che la necessità di regolarizzare gli aspetti della emigrazione non fece venire meno la dimensione umanitaria propria delle Misericordie. Ricordo la faccia allibita del Comandante dei Carabinieri quando gli chiedemmo di allontanare il suo contingente dall’area interna del campo e di disporlo, garantendo ugualmente la sicurezza, con molta discrezione nelle vicinanze. Bastarono pochi giorni perché quello stesso Comandante, capendo il motivo della richiesta e lo spirito che avevamo impresso al Campo si complimentasse per il risultato: nessuno tentò mai di fuggire, nessuno si lamentò, con molti degli “ospiti” prosegui a lungo una corrispondenza fatta di stima e di gratitudine.
Sono certo che molti dei Fratelli che oggi sono impegnati nei CPT ambiscono ad ottenere altrettanto e che i loro responsabili, invitati al dibattito in Consiglio Nazionale, abbiano avuto modo di avanzare le loro proposte positive alla dirigenza confederale. Purtroppo di queste non si è avuto coraggio di dare notizia.
C’è la speranza che l’articolo di quel "buontempone" di Gatti convinca la Confederazione ad un atteggiamento più virile nei confronti delle istituzioni, separando le proprie responsabilità da quelle degli altri Enti che interagiscono nei C.P.T.
Finalmente aggiungendo alle parole di circostanza, il sostegno concreto ai Fratelli che vi si impegnano.
Che Iddio Ne Renda Merito Andrea Cavaciocchi
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