Premetto
che bisognerebbe, tutti quanti, distinguere fra la "sacralità dell'istituzione" e la caducità delle persone.
La prima è sacra al cuore di tutti perché è la nostra casa comune, il luogo nel quale, liberamente, abbiamo deciso di esprimere in opere concrete quelli che, ciascuno nel proprio intimo, sentivamo essere i nostri principi fondanti.
Le seconde sono caduche perché uomini, "Fratelli", quindi soggetti a sbagliare.
Ciò che appare giusto all'uno, può sembrare sbagliato all'altro.
La "correzione fraterna" che è a fondamento dei nostri sodalizi è appunto questo: non far mancare al Fratello il sostegno della propria opinione, sia essa a lui favorevole o sfavorevole.
Ed accettare, come contributo alla propria personale edificazione, l'opinione che ci viene dal Fratello, anche quando ci risulta scomoda o sgradita: anzi, proprio quando quell'opinione ci turba, ci consente di ripensare noi stessi
Da questa dialettica, aperta, leale, trasparente, nasce la forza della conversione dei cuori, di cui le Misericordie si fanno strumento offrendo le loro opere in segno di redenzione.
"Iddio Ne Renda Merito" è questo: non la presunzione di "santità" e di "infallibilità" di chi lo pronuncia, bensì la consapevolezza dei propri limiti e la speranza di "redimersi" attraverso le proprie opere.
Questo atteggiamento di "fraterna correzione", che vorrei veder maggiormente condiviso, è quanto mi ha spinto a sottolineare, sia pur con pungente ironia, quanto scrive il Fratello che in questo momento porta la responsabilità di rappresentare la "sacralità" della nostra comune istituzione.
Ciò detto,
rispondo alla domanda che mi si pone.
Lo faccio dicendo subito, per quanto ho già premesso, che non condivido "il calcolo politico" che vi intravedo.
Anzi, proprio la necessità di restituire unità e condivisione al Movimento deve impedirci di cedere agli infingimenti della "convenienza della politica" che ci priverebbe, l'uno con l'altro, del sostegno dialettico che ci viene dal correggerci vicendevolmente.
Ma non intendo, con questo, sottrarmi alla questione di fondo.
In quell'articolo viene posta la domanda "Quante Misericordie possono chiamarsi ancora Misericordia?" lasciando intendere che solo poche, fra le settecento esistenti, possano fregiarsi, a ragione, di quel titolo.
Poco più oltre, in attesa delle risposte, da lui ritenute improbabili, l'autore fornisce la propria "...io so che interessi privati, smania di potere, insieme alle ingiustizie ed al degrado morale e culturale cui purtroppo quotidianamente assistiamo, ci impongono una scelta precisa...".
Che il richiamo ai "valori del Movimento" sia una costante della "fraterna correzione" che vige nelle Misericordie lo dimostrano le raccomandazioni dei nostri secolari Statuti, ma nell'articolo non si paventa un pericolo, si afferma una constatazione: "io so..."
Ho trovato grave, e francamente ingeneroso, attribuire, in modo indistinto e generalizzato, tanto ai Fratelli che alle Confraternite, il vizio di essere guidati da "interessi privati" o dalla "smania di potere".
Ma poiché a farlo è stata la prima "carica istituzionale" del Movimento, ammesso e non concesso che ne abbia sufficienti ragioni, mi sono chiesto quali queste potessero essere e quali contromisure abbia lui messo in campo, in questi cinque anni, per contrastare "le ingiustizie ed il degrado morale e culturale" che denuncia così tanto apertamente sul giornale della nostra istituzione confederale.
Che si sia trattato degli effetti di una improvvisa epidemia mi è apparso poco probabile.
Mi sono chiesto, allora, dove fosse e cosa stesse facendo mentre il contagio si stava diffondendo.
Non sono riuscito ad intravedere nulla di quanto mi sarei aspettato.
Ho dovuto accettare di considerare possibile l'ipotesi che il suo fosse un caso di improvvisa illuminazione.
Di esempi in tal senso, senza scomodare la viabilità per Damasco (per non parlare delle "Confessioni" di Agostino), ve ne sono in abbondanza, ma in tutti vi è una costante: il riconoscimento, circostanziato e non formale, dei propri precedenti errori.
Ho riletto l'articolo: non ve ne è traccia.
Anzi, si ha la sensazione, leggendolo, che le colpe siano di tutti gli altri (chi?) e che il risultato sia assolutorio per l'autore.
Può nascere, allora, quello stesso dubbio che si ha osservando certe avvenenti signorine rinate a nuova vita grazie ai miracoli della chirurgia plastica.
Anche fra costoro, come si sa, vi sono diversi atteggiamenti.
Vi sono quelle che non nascondono il loro passato di vittime di una "madre natura" ingenerosa di morbide curve e che, innalzando apertamente le loro lodi al silicone, finiscono per risultarci perfino simpatiche, sicuramente credibili.
Al contrario vi sono quelle che, nonostante l'evidenza delle foto che le ritraggono nelle forme di anni prima, affermano recisamente "di esserci nate" con così tanta dovizia, suscitando l'ironia degli spettatori.
Ed è con ironia che, con "La maschera di Ferro", ho sottolineato quello che mi è apparso un intervento di chirurgia plastica mal riuscito.
In tutto questo vi è una lezione.
Sappiamo bene tutti che in questi tempi il Movimento ha la necessità di ritrovare unità di organizzazione e di intenti.
Sappiamo che questo è il momento nel quale ciascuno di noi deve fare "un passo indietro" e superare, per il bene del Movimento, le incomprensioni od i piccoli dissapori.
Per quanto mi riguarda dichiaro, non l'intenzione, ma il fatto di farlo.
Ma sappiamo altrettanto bene tutti, che in momenti come questi, quando tutti si accingono a fare il loro "passo indietro", c'è sempre il solito che cerca di approfittarne sperando che l'oblio porti l'assoluzione senza il necessario riconoscimento delle mancanze.
Credo che questo non sia possibile.
Non perché vi sia la probabilità che, prima o poi, venga scritta da qualcuno, da qualche parte, una nuova "La Maschera di ferro": sono "zingarate" che valgono lo spazio di un mattino.
Non è possibile, piuttosto, perché quando siamo diventati Fratelli della Misericordia, allora forse inconsapevolmente, ci siamo fatti carico di entrare, come anonimi protagonisti, in un pezzo della storia umana.
E quando, per ventura, per scelta o per ambizione, ne perdiamo l'anonimato, le nostre opere, nel bene e nel male, assieme alla nostra identità, rimangono scolpite in quella storia.
Consegnarsi alla storia come Fratelli non è una ipotesi "gloriosa", ma un rischio reale.
Un tempo, forse, i nostri predecessori avrebbero potuto sperare che l'ignoranza, l'analfabetismo, unitamente agli intenti agiografici e celebrativi dei nostri storici ed archivisti, avessero la meglio sul ricordo delle loro mancanze.
Chi può leggere, oggi, i nomi dei Capitani del Bigallo che usurparono "in mal'assortita unione" il nome della Misericordia?
Ma oggi, quando le informazioni non riposano più nei polverosi archivi, ma corrono da un capo all'altro nel mondo sotto forma di impercettibili bit, ogni nostro gesto, più di ogni nostra parola, rimane eternamente testimone.
Dunque, con questa consapevolezza, diamo testimonianza della nostra fraterna dialettica senza inutili contorsionismi od avventurose acrobazie e, soprattutto (invito a leggere nuovamente la newsletter "la stola ed il grembiule"), parlino di noi le nostre opere.