Newsletter del 8 febbraio 2006

"Una finestra aperta..."

E' stata diffusa in rete l'ultima lettera di don Andrea Santoro, scritta pochi giorni prima che venisse ucciso in Turchia.
La pubblichiamo non sull'onda dell'emozione suscitata dal suo martirio, né su quella delle polemiche che sono esplose a seguito delle "vignette" ritenute blasfeme dagli islamici.
La ragione è assai più seria e molto più immediata al momento di travaglio vissuto dal Movimento delle Misericordie.
Per mesi abbiamo dibattuto sull'interpretazione da dare al fenomeno della immigrazione per giungere, finalmente, ad un documento approvato in Consiglio Nazionale che, riscoprendo i valori dei quali siamo portatori, rappresentasse la nostra linea guida per il futuro.
Quel documento, ci viene detto, che abbia suscitato fiere rimostranze da parte di qualche "fratello" preoccupato di scorgervi degli accenni critici alla politica adottata dal Governo.

Non facciamo fatica a darne la sua stessa lettura, ma non ne risultiamo altrettanto sconvolti.
Crediamo che questa nostra serenità dipenda dal fatto che quel documento ha dato ascolto ai sentimenti dei Fratelli e che ci sentiamo autonomi dal giudizio che può darne il fratello del Fratello.
D'altra parte sappiamo bene, noi e non sfugge a lui, che il nostro Movimento, pur blandito od assaltato dai politici, vive di uno spirito che ne fa una cosa diversa tanto dalle organizzazioni laiche del volontariato, quanto dalle comuni organizzazioni del laicato cattolico: non è in discussione l'ispirazione cattolica del nostro sentire, che sottoponiamo alla fraterna cura dei Correttori, ma la nostra secolare autonomia, tanto dalle istituzioni pubbliche civili che da quelle religiose, ci pone su un piano diverso e ci attribuisce responsabilità diverse da quelle proprie ad altre organizzazioni.

Ma cosa dice il documento che ha creato così tanto rumore?
Dice una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria: l'immigrazione di cui siamo meta, anche quella clandestina, e che ci mette a contatto con culture e religioni diverse dalla nostre tradizionali, ci interroga e sollecita la nostra capacità di vivere in pienezza i valori ed il credo che professiamo.
Viola i sicuri confini nei quali potevamo dirci "credenti" nonostante i nostri comportamenti.
Ci obbliga a riscoprire le ragioni e esigenze di una Fede che non è fatta di banalità ed abitudine.
Ci impone il dialogo e la testimonianza...
...e che i C.P.T. ed i C.P.A. siano trasformati da luoghi di detenzione (di ospitalità nel migliore dei casi) in altrettante occasioni di dialogo e di testimonianza.

Il "Dialogo" e la "testimonianza" non sono attributi di debole e vieto buonismo come qualche attento ed esperto politico vorrebbe far credere opponendoli al "senso di responsabilità e dello Stato" di cui egli invece sarebbe portatore.
Viceversa il "dialogo" e la "testimonianza" sono espressione del consapevole coraggio e della forte determinazione al bene che è racchiusa nel nome di "Misericordia" di cui ci fregiamo.
Quello stesso "Coraggio" e "determinazione" che leggiamo, con infinita nostalgia, nella lettera di don Andrea:

Carissimi, è da un po' che non vi scrivevo, ma da pochissimo che non pregavo per voi, perché lo faccio ogni giorno alla messa, alle lodi e al vespro...
Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti?
Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei «portato in grembo», come si dice di Rebecca, due «figli» che «cozzano tra di loro» (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo?
Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro.
Così accade anche a me.
Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso «calice» e radunati ai piedi della stessa croce.
Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell'altro.
Altre volte ho l'impressione che questi mondi non si parlino in profondità, ma facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare e di salute dei figli e si illudono di comunicare e invece diventano sempre più estranei.

Europa e Medio Oriente (Turchia compresa, anche se è un caso a sé), Cristianesimo e Islam devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l'uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono confrontarsi sull'immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell'uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana.
Devono confrontarsi su cosa intendono per vita, famiglia, futuro, progresso, benessere, pace, sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l'umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune.
Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza timore di rivedere il proprio passato.
Devono aiutarsi anzi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria.
Solo dall'umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell'altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca «assoluzione».

Io credo che ognuno di noi dentro di sé possa diminuire la lontananza tra questi mondi.
È a partire dallo sguardo di Cristo e dall'amore del Padre che lo ha inviato a tutti i suoi figli, che possiamo riscoprire vicini quanti sentiamo lontani.
Come Gesù ci portava tutti dentro di sé, sui peccati di tutti versava il suo sangue e tutti ci sentiva pecore dell'unico suo gregge così noi possiamo dilatare il nostro cuore.
Questo non ci impedirà di annunciare chiaramente e per intero il vangelo e di agire in totale conformità ad esso. Al contrario, ce lo farà sentire un debito e un dovere.
Ma ce lo farà fare col cuore di Gesù sulla croce, spalancato dall'amore e aperto dalla lancia, non con i sentimenti duri di chi ha sempre un «avversario» davanti.
Gesù ha avuto forse avversari? 0 li ha Dio?
E anche chi lo pensa non può essere sentito da noi come un «avversario».

Come vanno le cose qui a Trabzon?
Ve ne parlerò più diffusamente alla prossima lettera, spiegandovi come dopo una prima fase di residenza a Urfa-Harran, conclusasi qualche settimana fa con la chiusura della «Ibrahimin evi» («casa di Abramo» in turco) e il trasloco definitivo a Trabzon e dopo la seconda fase conclusasi con il completamento dei lavori di restauro della chiesa di Trabzon (è rimasto appena qualcosa), è iniziata una terza fase tutta avvolta ancora nell'oscurità, in attesa che Dio ci indichi le sue vie.
Questa attesa è fatta di silenzio, di preghiera, di speranza, di intima disponibilità a quello che Dio vorrà, di umiltà nell'accettare la povertà di risorse, di persone, di strumenti, di capacità personali. 

In questa fase, rileggo il passato della missione, scruto il presente, rivado agli inizi della chiesa a Gerusalemme, ascoltiamo le Scritture, cerchiamo di capire meglio il mondo da cui veniamo e il mondo dove siamo arrivati, cerchiamo di rendere accogliente quanto più possibile, per ogni evenienza, la chiesa, il monastero, la casa, i molteplici locali annessi.
Vi aspetto per raccontarvi di persona e proseguire con voi il nostro cammino di «finestra» tra chiese, popoli, religioni.

Don Andrea Santoro


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