Anna Rita Casini ci invia un racconto breve nel quale, in cucina fra pentole e fornelli, si trova il modo di parlare con un figlio di encicliche, solidarietà, volontariato, misericordie...
“Senti mamma, mi spieghi che cosa è esattamente l’amore”.....
La domanda mi coglie mentre mi accingo a preparare il trito di verdure da rosolare per il ragù di carne, e rimango con una carota a mezz’aria, per metà mondata e per metà no, mentre nella pentola piano piano l’olio comincia a scaldarsi.
Mio figlio, il più piccolo dei tre, quattordicenne, un ragazzino biondo e con gli occhi verdi, che mi guarda serissimo, dietro le lenti da miope, è abituato dai fratelli a chiedere ai genitori e si aspetta da noi una risposta possibilmente esaustiva. Effettivamente abbiamo sempre cercato di rispondere alle loro domande con sincerità piena, resistendo alle difficoltà, senza il timore di spaventarli.
Stavolta la difficoltà sta nell’immensità dell’oggetto della domanda...
Mi accingo a rispondere, con tremore di polsi, per paura di non essere all’altezza....
Il piccolo tiranno insiste: “Si mamma, un questi giorni si sente tanto parlare di amore, dall’Enciclica del Papa, ai giornali, ai fumetti, tutti si danno un gran da fare a parlare di amore..... voi stessi, tu e babbo ci dite sempre che noi siamo al centro del vostro amore.... ma cosa vuol dire esattamente, e quanti tipi di amore esistono.....”
Già..... Cos’è l’Amore.....
Credo che si tratti di una domanda cosmica, enorme, francamente non so se riuscirò a rispondere, a soddisfare la curiosità di questo mio figlio adolescente.
Ma, davvero, cos’è l’Amore?
Suggerisco al mio ragazzo di consultare insieme il vocabolario, nel tentativo di prendere tempo e di cercare di formulare una risposta.
Il De Voto-Oli, che in tante circostanze mi è stato amico e di grande aiuto, stavolta risponde freddo, con una colonna e mezzo di definizioni, che spiegano tutto, ma non spiegano il senso pieno della parola, quello di cui mio figlio vuole spiegazioni.
Certo la parola è abusata, appare logora, a tratti impropriamente utilizzata, in parte svuotata del contenuto che le è proprio, ma alla fine, nella speranza di aver trovato il bandolo della matassa, comincio proprio dalla risposta più ovvia:
“Tu piccolo mio, ed i Tuoi fratelli siete Amore, la concretizzazione dell’amore che lega me ed il vostro babbo. Così tanto che siete nati voi, che ci avete reso responsabili delle vostre vite, della vostra crescita, del vostro diventare uomini...
Abbiamo imparato a proteggere quando ce ne era la necessità, a lasciare e lasciarsi andare allo sbaraglio quando ce ne è stata la possibilità, e con questo siamo cresciuti con i nostri figli abbiamo acquisito conoscenze, aumentato le responsabilità, e la voglia di amare.
Ed abbiamo amato di più i nostri genitori, perché abbiamo capito la loro fatica, e nei loro confronti l’amore filiale è diventato progressivamente un sentimento diverso, che dalla tranquillità della protezione accettata dei primi anni è passato attraverso la ricerca di un rapporto che voleva diventare paritario, per poi rendersi complice ed ancora ma diversamente fonte di protezione, ma in senso attivo.
E poi c’è l’amore per i fratelli, quello fatto di gelosie e di complicità, di cose fatte insieme e di ricerca di intimità, in una casa piena di voci e di musica; e poi c’è l’amore per gli amici, che Ti capiscono, con cui condividi la scuola, le emozioni, le fantasie di un’età unica, a tratti serena, a volte difficile, a cui sempre guarderemo con tenerezza e condivisione."
“Si, mamma, Tu mi stai parlando di forme di amore che conosco, ma davvero è possibile amare chi non si conosce, chi non si è mai visto?”
"Si, figlio mio, è possibile amare chi non si conosce, chi si vede per la prima volta, o meglio ancora chi non si è mai visto... Quando ho avuto il dono delle vostre vite, dentro di me, vi ho subito amato, ma non è difficile amare il frutto della vita che nasce, quando viene al mondo a seguito di un incontro e di un sentimento, di una storia destinata a crescere...
Ho amato subito, e di un sentimento forte, aspro fatto di polvere e di sudore, di grida e di pianto le tante persone che erano chiuse nel campo di Rushbull, in Albania, i ragazzi e le ragazze che cercavano una ragione a quello che stavano vivendo, i bambini, le donne che chiedevano aiuto con gli occhi, che ti offrivano il calore di un abbraccio per avere la Tua attenzione, il Tuo coinvolgimento...
Ho imparato ad amare i fratelli che ho incontrato nel mio cammino all’interno del Movimento delle Misericordie; non è difficile amare ed apprezzare quelli che condividono un percorso, la vera fatica sta nell’amare coloro che non la pensano come te, che hanno fatto una scelta diversa, di cui non condividi le finalità, non coerente con il mandato ricevuto, distante dal rigore e dalla professione di fede delle Misericordie".
“Mamma, ma tutti i tuoi discorsi vanno a finire nelle Misericordie....!”
"Certo, figlio mio, perché per me la vita che si muove e pulsa dentro le Misericordie è un paradigma della vita vera; è la Vita, quella che scorre per le strade, lungo i marciapiedi, nella storia della nostra realtà.
Pensa che la nostra capacità di amare i fratelli (proprio come nella Vita) deriva dall’assimilazione dell’insegnamento che Gesù ci ha lasciato, l’unico comandamento su cui si fonda la nostra ragion d’essere: “Amatevi gli uno gli altri come io vi ho amato”.
Ed in Gesù abbiamo imparato ad amare Dio incarnato, la divinità che è scesa tra gli uomini e ne ha condiviso le gioie, soprattutto i dolori, decidendo di morire sulla Croce.
In questa morte abbiamo trovato la capacità, se lo vogliamo, di rinascere a nuova vita.
Ecco, figlio mio cos’è l’amore: Dio è amore".
“Mamma, ma così non mi semplifichi le cose! Io amo Gesù, mi sto preparando alla Cresima; sto imparando a conoscere il cammino che porta verso la Luce che il Signore ha preparato per noi, il cammino della Fede; ma mi chiedo come si possano amare tutti, anche coloro che non ci vogliono bene, i nostri nemici!”
"Hai ragione, ragazzo mio, questa è la parte difficile dell’amore che Gesù ci ha insegnato, che ci ha lasciato in eredità, ma la più bella. Questo aspetto dell’amore ci costringe a riflettere e ricordare quello che ci è stato spiegato al Catechismo: ogni Cristiano è parte della Chiesa, ognuno di noi fedeli è porzione viva di un tutto che fa capo a Gesù, Figlio di Dio, quindi parte di Dio stesso.
Tu, mio caro, hai ricevuto ormai da qualche anno la prima Comunione; sai che nell’Eucaristia c’è il Corpo ed il Sangue di Gesù, l’Unico Cibo in grado di offrire nutrimento di Vita: un unico Pane, cui tutti possono partecipare, tutti coloro che fanno una scelta.
Quindi Gesù si spezza per tutti, buoni e cattivi, coerenti ed incoerenti, amici e nemici.
Perché ci ama.
E Dio, il Padre, ci ama con Lui.
Ed in questo amore, emanazione dal Signore, troviamo la ragion d’essere del nostro amore per gli altri, siano essi conosciuti, sconosciuti, amici o nemici: tutti uniti nell’amore donato da Dio, e per questo, nella grandezza del Dono, “comandati” all’amore".
“Allora, mamma, è questo che si intende per comandamento dell’amore?”
"Si, caro, Dio è in ogni persona che incontriamo nella nostra esistenza, nei belli e nei brutti, nei buoni o nei cattivi.
In ogni volto che ci viene incontro ci è data la possibilità di vedere Dio, e di amarlo.
“L’amore di Dio è amore del prossimo: entrambi si richiamano così strettamente che l'affermazione dell'amore di Dio diventa una menzogna, se l'uomo si chiude al prossimo o addirittura lo odia.” (Deus caritas est).
A questo punto possiamo affermare che l’amore, inteso nel senso pieno e grande della parola, non è solo un sentimento, un moto del cuore.
E’ “l'incontro con le manifestazioni visibili dell'amore di Dio, che suscita in noi il sentimento della gioia, che nasce dall'esperienza dell'essere amati.
Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto.
Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore.” (Deus caritas est)
Questo è un processo di perenne movimento, che trova la sua espressione nella maturazione delle potenzialità di ognuno, senza mai fermarsi: è un percorso di evoluzione dell’amore che avviene dentro di noi, ci coinvolge, ci fa crescere, diventare uomini e donne, capaci di stare nel Mondo, con gli altri e per gli altri, vedendo in loro il Volto di Dio.
E’ in questa realtà, in questo humus culturale ed emotivo, che è possibile concepire anche l’amore per le persone che non conosciamo, che ci sono antipatiche: io amo Dio, ed in Lui e con Lui amo anche chi non conosco e chi non gradisco.
“Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama.” (Deus caritas est)"
“Allora, mamma, è questo il senso del lavoro delle associazioni di volontariato, che come le Misericordie operano in favore del prossimo bisognoso!!!
Ma che differenza c’è tra la Misericordia e un’altra associazione di Volontariato?”
(Certo che questo mio figlio è piccolo, ma anche ... ingegnoso e tremendamente curioso....)
"Le associazioni di volontariato sono quella palestra dove le forze sane di un Paese si addestrano e si impegnano a collaborare con lo Stato per la realizzazione di una società più giusta possibile, sono il luogo in cui i cittadini imparano ad essere responsabili e a rendersi parte attiva nella concretizzazione di una situazione di benessere collettivo condiviso.
Sono il modo per rendere attuale qui ed ora il comandamento dell’amore.
Ad ogni cristiano, ad ogni fedele che vive la sua esperienza di cittadino, va il compito di partecipare in prima persona alla vita pubblica del Paese, secondo il giusto ordine delle cose.
“Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità. Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l'attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come « carità sociale ».”(Deus caritas est)
E la parola “carità” qui è usata con il significato di “amore”, quell’amore basto sull’affetto fraterno, fatto di benevolenza, sollecitudine e protezione (agape per i greci o caritas per i latini).
L’esercizio della carità è il servizio che i fratelli rendono agli altri fratelli, l’aiuto vicendevole che unisce i simili, che però, contemporaneamente si aprono alla disponibilità di mettersi al servizio di tutti coloro che hanno bisogno d’aiuto.
Tutti. Senza chiedere il certificato di battesimo o lo stato civile, TUTTI.
Unico motore: l’amore per Cristo, che risveglia e solletica l’amore per il Prossimo, l’amore per l’uomo.
L’azione pratica dei fratelli che si mettono a disposizione del prossimo deve far trasparire questa essenza d’amore e tutto ciò è possibile con “l'intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro, che diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l'altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.” (Deus caritas est)
Siamo stati invitati a non prendere dalla nostra ricchezza, per dare agli altri (ciò potrebbe fomentare la nostra superbia) ma attingiamo dalla nostra povertà e per la grazia di Dio possiamo aiutare molti.
Questo è il paradosso della chiamata del Signore: Egli ci lascia poveri, ci lascia nelle difficoltà, ma proprio in esse la sua grazia si manifesta, il suo amore risplende.
"Poveri, ma facciamo ricchi molti" se nella nostra povertà lasciamo agire Dio. Rimanendo poveri in tutti i sensi accogliamo veramente in noi la ricchezza di Dio, che è di un altro genere, per trasmetterla agli altri.
L’invito che ci viene fatto è proprio quello di imparare a conoscere e capire la grande libertà di vita che ci insegna Paolo. Egli giunge a dire: "Siamo gente che non ha nulla e invece possediamo tutto" (2Cor. 6, 10)
Di questo dobbiamo riappropriarci: della capacità di recuperare un atteggiamento provvidenziale, di metterci a disposizione senza dare un valore economico al nostro servizio, e senza cadere nella tentazione dello scoraggiamento per non riuscire a fare tutto ciò di cui c’è bisogno, “in definitiva, non siamo che uno strumento nelle mani del Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza.” (Deus caritas est)"
“Quindi, mamma, Voi fratelli di Misericordia rendete servizi, vi impegnate per quanto è possibile, ma è possibile mantenere una giusta misura e non farsi prendere dal troppo entusiasmo, dalla voglia di fare, dalla smania di risolvere tutti i problemi del mondo?"
"Certo, figlio caro, mantenere un equilibrio non è mai facile, specialmente quando ti trovi a contatto con la sofferenza, con il dolore di un bambino, con la fame nel mondo...
Noi credenti abbiamo uno strumento perfetto che da la possibilità di mantenere l’equilibrio, di lavorare con serenità senza eccessi: la preghiera."
“Ma mamma, mi fai sentire in colpa, io non riesco a dire le preghiere tutte le sere, spesso preferisco guardare il cielo e ascoltare il canto degli uccelli, mentre sono solo... Allora prego volentieri, ma con parole mie!”
"La preghiera che intendo, ragazzo mio, è proprio questo: il gesto infinito che tutti i fratelli hanno conosciuto nel tempo, la capacità di fermarsi, prima o dopo un servizio, inginocchiarsi davanti al Signore, o alla Mamma Celeste, per fare deserto dentro di sé e riuscire a sentire la voce del Padre.
Nella preghiera sono affondate le radici della nostra vicenda di servizio, con la preghiera potremo ritornare a recuperare lo spirito dei fondatori.
Solo chi ha speranza è capace di pregare e solo la preghiera può generare speranza."
“Va bene, mamma! Ho capito, anche se quello che i hai detto è difficile e devo pensarci ancora. Ma ora credo che sia meglio tu butti via le verdure per il sugo... ... mentre noi parlavamo si sono bruciate tutte!”
Anna Rita Casini