Newsletter del 27 aprile 2006

"Un Papa a sorpresa (ma non troppo)"

Un’enciclica ce l’aspettavamo.
E così, puntuale, nel giorno in cui la Chiesa celebra il Mistero dell’Incarnazione, nel primo Natale di Benedetto XVI, l’enciclica è arrivata.
Aspettavamo forse un’enciclica di altra natura, un’enciclica che affrontasse temi politicamente significativi, socialmente rilevanti, oppure temi in materia di fede o di morale o di qualche particolare situazione religiosa, temi insomma che orientassero la Chiesa cattolica nella inquietudine della storia presente.
E invece ecco, a sorpresa, una lettera apostolica sulla carità.

Partendo dalla prima lettera di Giovanni, capitolo quarto, versetto sedici, “
Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” il Papa ha inteso riproporre “con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino”.
Questo punto di partenza e di riferimento, propriamente la prima lettera di San Giovanni, non è casuale: c’è un legame significativo tra il contesto storico attuale e quello in cui scrive l’apostolo.
Sul finire del primo secolo, Giovanni scrive per le chiese dell’Asia minore, più precisamente nella regione di Efeso, per illuminare i cristiani su verità già conosciute e possedute, ma messe in pericolo da falsi maestri sorti nella stessa comunità, chiamati anticristi.
Gli errori che incominciavano a circolare negavano principalmente il fatto e la realtà dell’Incarnazione, scalzando così il fondamento stesso della religione di Cristo, che degradavano ad un semplice essere intermedio tra Dio e gli uomini.
Sostenevano pure l’inutilità della redenzione, affermando che all’uomo basta la scienza, la gnosi, per elevarsi a Dio.
Sgorgano perciò i richiami alle verità fondamentali incentrate e illuminate dall’amore di Dio che è luce, giustizia e carità, e che ha voluto dare agli uomini il proprio Figlio come atto supremo di amore.
Una lettera appassionata, testimonianza dell’ansia di chi scrive per la salvaguardia, la fedeltà e la felicità di chi legge.

Ma c’è un ulteriore punto di riferimento che di certo è presente nel cuore di Benedetto XVI ed è costituito dalle Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni di Sant’Agostino.
Qui il legame e il parallelismo del contesto storico è di gran lunga più significativo, anzi potremmo vedere i due contesti storici, quello attuale e quello agostiniano, quasi speculari.
Agostino, divenuto vescovo di Ippona, città del Nord Africa, soffre per il problema degli uomini che non conoscono Cristo, ma di più si affligge per le divisioni in cui vede straziata la Chiesa, per le contese e le invidie che mettono i cristiani d’Africa gli uni contro gli altri.
La sua anima è dilatata fino alla dimensione della chiesa universale.
Le province dell’Africa settentrionale risentivano della difficile situazione politica dell’impero romano.
All’inizio del IV secolo, dopo l’ultima prova di forza dell’imperatore Diocleziano contro il cristianesimo, la nuova fede aveva dato la dimostrazione definitiva della sua vitalità.
Mentre da un lato l’impero romano andava disgregandosi nelle sue strutture amministrative, politiche e culturali – poiché era venuto meno il supporto ideologico della sua missione di civiltà tra i popoli della terra -, mentre i barbari dall’esterno cominciavano a gravare su queste strutture che ormai erano incapaci di sopportarne la spinta, il cristianesimo, attraverso le sue comunità locali, si andava propagando per tutti i confini dell’impero rivelando al mondo la propria missione universale: non ci sono più né greci, né romani, ebrei o barbari; c’è un solo Padre in cielo, e sulla terra siamo tutti fratelli nell’unico Figlio di Dio che si è fatto uomo per amore nostro, uniti dallo Spirito che egli ci ha donato.
Ma sono proprio i barbari a rappresentare la grande incognita, l’oscura minaccia che grava attorno ai confini dell’impero.
Nel periodo in cui Agostino pronunzia le sue meditazioni in forma di discorsi sulla prima lettera di Giovanni – nelle feste di Pasqua del 413 – una catastrofe non imprevista e che preludeva alla prossima fine dell’impero d’Occidente, si era già verificata nel cuore stesso dell’impero romano – una specie di infarto, diremmo oggi -: i visigoti di Alarico, il 24 agosto del 410, erano entrati in Roma saccheggiandola senza rispetto. Roma, l’antica capitale del mondo!
Nessuno, nemmeno tra gli stessi contemporanei, avrebbe mai potuto ammettere o immaginare una simile evenienza.
La notizia della caduta della città aveva diffuso per il mondo un senso generale di angosciosa disperazione e di paura.
Ma non era solo la situazione politica e la degenerazione morale del momento a preoccupare Agostino.
La comunità cristiana intera offriva al mondo lo scandalo della sua disunità ed era fortemente minacciata dalle sette eretiche molto attive, soprattutto in Africa: manicheismo, arianesimo, pelagianesimo, sabellianesimo e, particolarmente, il donatismo.
Sostenuto dalla fede che vede, al di là delle più tragiche vicende umane, il disegno di Dio, Agostino spiega che non dobbiamo mai turbarci per quanto ci accade intorno.
L’unica cosa da fare è credere all’amore di Dio e mantenerci fedeli alla sua parola. Riguardo alla Chiesa Agostino è certo della sua diagnosi: è la mancanza di carità, è la superbia che ha provocato la divisione; il rimedio a questi mali non può essere perciò umano, la Chiesa infatti non è una società umana: essa è il Corpo mistico di Cristo e il vincolo che lega le singole membra alle altre e al capo che a tutte trasmette la sua vita.
E’ il vincolo della carità.
L’amore di Agostino per la Chiesa non è sentimentalismo, esso deriva dal suo amore a Cristo, da Lui scelto come unico scopo della sua esistenza.

Il contesto storico attuale, il crollo di ideologie, di muri, di torri, di certezze economiche, i conflitti in corso, le sfide culturali, il fenomeno migratorio mondiale, il relativismo etico più volte denunciato dal Papa, hanno indotto Benedetto XVI, ripercorrendo le stesse orme dell’apostolo Giovanni, di Sant’Agostino e di tutta la tradizione della Chiesa a riproporre al mondo intero il nucleo centrale del mistero cristiano: Dio è amore.
Un amore fatto carne nel suo Figlio Gesù e manifestato fino all’estremo.
Del resto, prima ancora di diventare Papa, durante l’omelia della messa “pro eligendo romano pontifice” il 21 aprile del 2005, commentando il testo di San Paolo “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina...” (Ef 4, 14) Papa Ratzinger aveva già anticipato il tema centrale del suo magistero pontificio inquadrandolo nella sua visione del contesto storico odierno:

“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo”.

Aveva concluso quella omelia l’allora cardinal Ratzinger chiedendo a Dio “un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia”.
Così si esprime il Papa al n. 12 dell’enciclica: “
Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: «Dio è amore» (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata”.
Questo può essere considerato il cuore dell’enciclica. “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea – dice il Papa – bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n.1).
Eludere questo passaggio, non considerare questo “incontro” sarebbe come svuotare l’enciclica del suo vero contenuto. 

 

Don Roberto Tempestini


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