A quanto si sente dire, il primo e più famoso reality-show sta perdendo posizioni nella classifica dei programmi televisivi più seguiti.
Era inevitabile che il suo grande successo iniziale ne producesse “cloni” più o meno azzeccati dando vita ad un dilagare di “Fattorie”, Talpe”, e compagnia cantante (Music-farm).
Il “format” (si definisce così l’idea di fondo del programma) prevede che un gruppo di illustri sconosciuti (o “conosciuti” in affanno di visibilità) accetti di sottoporsi, nel chiuso di una prigione dorata, all’implacabile controllo delle telecamere e di un pubblico “guardone”, cercando di ingraziarsi le simpatie dei telespettatori a discapito degli altri concorrenti.
Le tecniche adottate da questi moderni gladiatori televisivi sono ormai sufficientemente collaudate: l’atteggiamento del “piacione” si combina di volta in volta, secondo le necessità, al vittimismo od alla risolutezza di chi “non deve chiedere…mai!”.
E’ tutto un moltiplicarsi di baci ed abbracci, di gridolini complimentosi, di lacrime affrante, di banalità proferite con ispirazione pensosa.
Ed al contempo , così facendo, si moltiplicano le maldicenze oblique, le trappole, gli agguati.
Al termine vincerà, salendo agli onori del successo di fama e di denaro, chi avrà saputo miscelare con maggiore sapienza il miele delle api con i veleni della vipera.
Non meraviglia quindi che il moltiplicarsi dei reality-show abbia creato qualche difetto di audience al primo e più famoso fra di essi.
Sorprende un po’, invece, che questo format, un po’ cinico ed ipocrita, si sia trasferito dagli schermi televisivi alla realtà quotidiana dei teleutenti arrivando a lambire anche consessi che, fino ad ieri, avremmo ritenuto esserne immuni.
E’ avvenuto così che nel corso di una Assemblea Nazionale che avrebbe dovuto celebrare i fasti del dibattito franco ed aperto sui temi di fondo del Movimento, qualcuno abbia scorto i tratti dello show-business televisivo.
Non che il dibattito generale, altrimenti, si sia sviluppato volando alto nei contenuti etici e motivazionali, che so…, affrontando le sfide che ci vengono dalla progressiva scomparsa del welfare-state…, il diffondersi di nuove forme di povertà oppure (ma sarebbe pretendere davvero troppo) sfiorare i temi legati alla vita ed alla sua difesa.
L’argomento più lungamente dibattuto, che ha interessato trasversalmente tutti i punti in discussione, è stato quello economico, oscillando fra il problema della congruità delle convenzioni e quello delle necessarie contribuzioni associative: come ha detto il Governatore di Modena, Giovanardi, “Il denaro non è lo sterco del diavolo!” e certamente questa osservazione ha raccolto l’adesione del Tesoriere Confederale De Robertis che ha parlato in modo accorato di “lotta alla evasione ed alla elusione contributiva” praticata da alcune Confraternite che fanno di tutto pur di non versare il dovuto nelle casse confederali.
Pur tuttavia, anche questo prosaico argomento, ha una sua ragion d’essere, perfino una sua nobiltà, in un Movimento, così ampio e diffuso come il nostro, che si pone come obbiettivo quello, a volte costosissimo, del “servizio alla persona”.
Ha suscitato stupore invece ascoltare un Corsinovi, coordinatore dei coordinatori toscani, esprimere in modo sperticato la propria stima ed il proprio apprezzamento per l’U.G.E.M. in Assemblea quando, invece, in Conferenza Toscana si è fatto interprete, proprio riguardo ai rapporti con L’U.G.E.M., di una aspra polemica e di un “protocollo” con cui si voleva limitarne l’attività sul “suolo toscano”.
Così come ha fatto un po’ impressione vedere il potente Segretario della stessa Conferenza Toscana, nonchè autorevole funzionario del "Pistoia Soccorso" (Associazione fra Misericordie), vestiti per l’occasione i miti panni di delegato della piccola Misericordia di Marliana, lamentare il peso eccessivo sui bilanci rappresentato dalle divise: un peso, a suo parere, così enorme che è tale da giustificare l’abolizione di un simbolo di un importante “pezzo della storia unitaria” del Movimento quale è la divisa arancio-blu della Protezione Civile.
C’è da aspettarsi, se i bilanci non miglioreranno, che si vedrà qualcuno proporre, sinceramente addolorato, l’abolizione della “Buffa”.
Qualcuno dirà che ciò che si è visto è l’esercizio del furbo gioco delle parti.
Personalmente, penso invece che si tratti di sincera ed onesta rappresentazione di una realtà il cui difetto, semmai, è l’assenza di pudore.
Un reality-show, appunto, come il Grande Fratello.
Di buono, in tutto questo, ci sono i suoi indici di ascolto in fase calante.
Aspettando la messa in onda, finalmente, di Fratelli grandi.
Andrea Cavaciocchi
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