Newsletter del 20 settembre 2006
"Il nodo della discordia"
In autobus ho sentito un ragazzo insultare apertamente e in modo pesante il Santo Padre Benedetto XVI . La cosa mi ha colpito molto, in considerazione del fatto che non sembrava essere mussulmano , ma cattolico. Già le reazioni di questi giorni dei fedeli mussulmani in giro per il mondo mi ha davvero infastidito ma sentire un cattolico rivolgersi così verso il Santo Padre davanti a tutta quella gente ha fatto scattare la mia collera… …Così ho cercato di fargli notare, con calma, che non era corretto offendere in quel modo il Papa anche se avesse sbagliato a pronunciare il discorso oggetto del terribile fraintendimento contenuto nel discorso tenuto lo scorso 12 Settembre in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg . E gli ho chiesto se al di là dei commenti della stampa avesse letto in prima persona il discorso. Spesso gli equivoci sono figli della ignoranza ed ecco perché ritengo utile riproporre integralmente la parte del discorso, oggetto del contendere.
Dal discorso del Santo Padre:
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema. Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da stupirci, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".
Come avete potuto leggere il santo Padre riporta un dialogo di epoca medievale che purtroppo non ha perso di attinenza con i giorni nostri. Non è possibile condannare il Santo Padre se vuole sottolineare che non vi può essere Dio che vuole la violenza e la “guerra Santa”. Non possiamo condannare il “portavoce” di Dio sulla terra se ha voluto chiarire un concetto così scomodo e delicato come è quello della jihād. E’ vero come qualcuno può pensare in questo momento è stato un azzardo e un rischio ma non si voleva offendere una religione come quella mussulmana ma si voleva delegittimare chi manda delle persone a morire in nome di Dio. Ne tantomeno, pensiero assurdo, si voleva esporre a rischi fedeli cattolici, chiese o si pensava minimamente che una suora sarebbe stata assassinata (a patto che questa sia la reale causa). Anche noi cristiani siamo caduti in questo fatidico errore durante le crociate e lo stesso Santo Padre lo ha riconosciuto più volte e a maggior ragione un fratello maggiore che incorre in uno sbaglio ha il dovere di indicare la strada al fratello minore. (Non vuole essere un modo di minimizzare i fedeli della fede mussulmana ne tantomeno una mancanza di rispetto ma solo un esempio di vita pratica). Il punto è che non si vuole difendere il Santo Padre a spada tratta o in nessun modo si vuole fare un discorso cieco e razzista contro chi crede in una fede diversa dalla nostra. Si vuole fare il punto su delle persone che a differenza di altre anziché approfondire il discorso è subito ricorso alla violenza con minacce e scene di piazza. Così la strada verso la convivenza si fa difficile e l’auspicio è che una buona tolleranza passi attraverso la conoscenza delle due fedi monoteistiche. Infatti il nostro Dio è il Dio dei musulmani e a tutti ha parlato allo stesso modo come un maestro in classe ma allo stesso modo gli alunni colgono sfumature diverse della lezione. Speriamo che presto capiremo che l’unica volontà di Dio è che ci amiamo tutti .
Valerio Esposito
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