Non accenna a placarsi la polemica suscitata un paio di settimane fa da un
editoriale di Famiglia Cristiana nel quale si sollecitava il Governo nazionale a mettere mano concretamente ai problemi delle famiglie italiane invece di dedicarsi esclusivamente alla cura della propria immagine ad uso e consumo dei sondaggi di opinione.
Riprendiamo qui la vicenda perché, al di là del contenuto
dell’editoriale, la comparsa di quello scritto ha suscitato reazioni che interessano da vicino le Misericordie.
Ricordiamo i fatti a quei pochi distratti dal clima vacanziero:
1) un autorevole settimanale indipendente di ispirazione cattolica si permette di criticare
"Il primato del fare e l'anarchia dei
valori" che intravede nella politica del Governo Nazionale.
2) gli esponenti del Governo reagiscono
risentiti, ma invece di ribattere alle tesi del giornale (così come sarebbe stato logico aspettarsi per qualsiasi altra testata giornalistica) chiamano direttamente in causa il Vaticano pretendendo una smentita.
3) la Sala Stampa
Vaticana, per bocca del direttore Padre Federico Lombardi, rilascia un comunicato nel quale si conferma ciò che tutti sanno: Famiglia Cristiana è un settimanale indipendente, liberamente responsabile nell’esprimere le proprie opinioni, e non l’organo di stampa ufficiale del Vaticano e della
CEI.
Ci si chiederà cosa c’entrino le Misericordie.
Proviamo a spiegare come la questione ci riguardi almeno per due aspetti.
Il primo riguarda
l’autonomia del credente nel formulare giudizi e nell’intervenire sui fatti del mondo.
Se la Sala Stampa vaticana ammette serenamente la libertà e la molteplicità di espressione del mondo cattolico distinguendo nettamente la sfera dei principi da quella dell’interpretazione dei fatti del mondo, curiosamente non sembrano fare altrettanto proprio gli eredi
delle ideologie ottocentesche i quali, invocando per se stessi la libertà di coscienza, mostrano di non riconoscerne alcuna ai credenti.
Questi “laicisti” vorrebbero che i credenti (decerebrati) fossero sudditi di una moderna riedizione di un “Papa Re” che, attraverso i suoi “Principi”, ne governi il comportamento nella società e ne indirizzi il giudizio politico.
Siamo certi che questi nostri politici, pur indaffarati, abbiano avuto l’occasione, almeno una volta nella vita, di sbirciare di sfuggita qualche pagina di
storia patria.
Non ignorano certo che la “Breccia di Porta Pia” non ha soltanto messo fine all’Italia dei Principati dando vita allo Stato Nazionale, ma ha paradossalmente dato avvio anche alla “liberazione” di tutte quelle potenzialità etiche e politiche proprie del credo cattolico.
Se vi è stato, sul momento, il periodo del “Non expedit” (ovvero il divieto per i cattolici di intervenire nei fatti dello stato laico) è vero anche che venne superato già nel
1894 con il “Manifesto di Milano” firmato da quel Giuseppe Toniolo che avrebbe ispirato la “Rerum Novarum” e da quel
Cesare Sardi che sarebbe stato poi il primo Presidente Nazionale delle Misericordie.
Dunque (senza andare a scomodare San Pietro Martire, che volle escludere la “sua” Compagnia della Misericordia dagli obblighi del Codice
Canonico),
l’ Organizzazione delle Misericordie porta nel proprio DNA tanto la fedeltà dottrinale quanto l’autonomia nella sua traduzione in opere.
E’ bene ricordarlo e ricordarcelo quando si tratterà di compiere la Terza Opera di Misericordia
“dando voce a chi non ne ha”: dobbiamo sapere che è un esercizio che potrà provocare fastidio nei potenti che, invece, voce ne hanno da vendere.
Il secondo aspetto che riguarda le Misericordie è, per certi versi, opposto al primo e potremmo sintetizzarlo così:
se la gerarchia della Chiesa non ha giurisdizione sul modo con cui i credenti organizzano
nella società l’espressione delle proprie Opere di Carità , è anche vero che gli effetti di queste ultime non possono e non debbono essere addebitate alla gerarchia.
Sembrerebbe a prima vista di una ovvietà ma non è così.
Per spiegare le conseguenze, anche gravi, che discendono da questo principio riprendiamo l’esempio offertoci dalla polemica che ha opposto il Governo a Famiglia Cristiana.
Sappiamo che la linea di quel giornale viene decisa da una autonoma redazione di cattolici senza alcuna particolare posizione in seno alla gerarchia della Chiesa.
Ipotiziamo invece che ai lavori della redazione di Famiglia Cristiana
avesse partecipato un Vescovo o che, sempre in ipotesi, gli fosse
stata affidata la “vigilanza sulla dottrina” del giornale.
In questo caso, piaccia o non piaccia, la posizione della redazione
avrebbe finito per coinvolgere la figura di questo ipotetico Vescovo e con esso la stessa gerarchia della Chiesa.
E’ evidente che, con questa prospettiva, quella redazione avrebbe dovuto rinunciare a “dare voce a chi non ne ha” nel modo in cui è invece
ha potuto fare oggi.
Dunque le Misericordie, che vogliamo fedeli per dottrina ed autonome
per organizzazione, trovandosi nelle stesse condizioni operative di “Famiglia Cristiana”,
proprio per il rispetto che portano alla gerarchia, devono essere così “prudenti” da esigere per se stesse il riconoscimento dei segni del proprio carisma affinché il proprio dibattere democratico, il proprio leale ed aperto confronto fraterno, il proprio dispiegarsi nelle Opere di Carità non possa essere usato da alcuno per polemiche strumentali contro la
Chiesa.
Non è necessario ricordare, a questo proposito, quanto è avvenuto solo
un anno fa durante il dibattito elettorale dove il confronto fra i
candidati Brunini e Pasaleva finì per sfiorare la gerarchia della Chiesa
fiorentina.
Giovanni Paolo II quando ci ricevette in Sala Nervi si rivolse a noi come a degli adulti, a dei cattolici adulti, e
la nostra “maggiore età”, il rispetto per noi stessi, la nostra identità, ci impone il farci carico delle responsabilità che derivano dal nome e dalla storia che abbiamo
ereditato.
Che
Iddio Ne Renda Merito